L’INQUIETANTE ESTRANEITA’ RIFLESSIONI SU CIO’ CHE STIAMO VIVENDO 1


Non è ques­ta improvvisa estraneità di ciò che pri­ma ci appari­va ed era per noi famil­iare il “per­tur­bante”? E questo non può a ragione essere chiam­a­to il “tem­po del perturbante”?

Le strade vuote, le cit­tà di fat­to deserte, le notizie di ciò che accade, il reso­con­to dei numeri che con un rit­mo qua­si osses­si­vo ci è dato allo stes­so orario in un set­ting dram­mati­co nel­la sua nuda ripetitività.

Ci accor­giamo che l’in­sieme delle cose, delle per­sone, delle con­sue­tu­di­ni, voci, rumori, richi­a­mi, cos­ti­tu­is­cono e for­mano quo­tid­i­ana­mente la tra­ma del nos­tro essere e del nos­tro esistere che ci fa sen­tire rad­i­cati e vivi nel­lo spazio “ordi­nario” che sen­ti­amo nos­tro e a cui sen­ti­amo di appartenere con le sue forme di vita.

Riso­nanze comu­ni­tarie dalle quali ci sen­ti­amo ogni giorno convocati.

“Gli esseri umani, tra le luci e le ombre del­l’e­sisten­za – di fronte alle forze ele­men­tari del­la natu­ra e a ‘l’abis­so che ci cir­con­da’, e a ‘la ver­tig­ine che ci assale’ – si sentono con­for­t­ati e sostenu­ti da una riso­nan­za comu­ni­taria, che ne per­me­t­ta l’istal­lazione in un cor­po sociale ric­co di sig­ni­fi­cati e di rifer­i­men­ti, che li aiu­ta ad ori­en­tar­si nel­la vita quo­tid­i­ana e a trovar­si in qualche modo ‘a casa’, in un’at­mos­fera meno tur­bo­len­ta, che meglio con­sente loro di muover­si e di com­muover­si, in un mon­do di cui fan­no parte…

…appare infat­ti in ogni caso fon­da­men­tale che ciò che sen­ti­amo di fronte all’i­nat­te­so tro­vi un riparo ed una rap­p­re­sen­tazione con­di­visi, che offra­no cat­e­gorie affet­tive e men­tali moltepli­ci in gra­do di uman­iz­zare e costru­ire insieme – sen­za il ris­chio di spro­fon­dare – quan­to ci appar­tiene più inti­ma­mente, in un nutri­ti­vo scam­bio di fan­tasie, idee e manufatti”

(E. Levis, L’abitare, essen­za orig­i­nar­ia del vivere, in Miti e orig­i­ni del­la realtà psichi­ca, Psi­coanal­isi e meto­do VI/2006, Edi­zioni ETS, Pisa).

Una delle frasi e degli enun­ciati oggi più ricor­ren­ti e rimar­cati da par­ti diverse come un pre­an­nun­cio mira­coloso e por­ta­tore di sper­an­za e di incor­ag­gia­men­to è “ritornare alla normalità”.

Ora pen­so che ques­ta impostazione-inter­pre­tazione, sia solo appar­ente­mente ras­si­cu­rante men­tre in realtà svolge una fun­zione aneste­tiz­zante e per cer­ti aspet­ti fuorviante.

Essa infat­ti, impedisce di vedere che pro­prio quel­la che abbi­amo con­sid­er­a­to “nor­mal­ità”, qua­si facesse parte di un sis­tema di irri­n­un­cia­bile ed uni­co, è ciò che ha gen­er­a­to di fat­to ques­ta situazione.

La nos­tra cecità indi­vid­uale e col­let­ti­va di fronte ai prob­le­mi, la perdi­ta di con­tat­to con la realtà nel suo sub­stra­to fonda­ti­vo: l’am­bi­ente, la ter­ra, la naturalità.

L’in­ca­pac­ità di per­cepire la vul­ner­a­bil­ità che ci appar­tiene in quan­to uomi­ni-mor­tali, di fat­to non padroni del tem­po  esposti e dis­posti alla cura del­l’al­tro o alla sua incuria.

L’aver com­ple­ta­mente dimen­ti­ca­to la neces­sità di pren­der­si cura del­l’al­tro, del mon­do e delle sue forme di vita assumen­do nei con­fron­ti di esso,  modal­ità preda­to­rie ( resid­uo a ben vedere di modal­ità orali ed anali di pos­ses­so e di incor­po­razione) espresse nel­la esaltazione di una lib­ertà illu­so­ria per­ché. pri­va di responsabilità.

Tut­to ciò a por­ta­to a scelte con­crete che si sono riv­e­late tragiche con­tro l’am­bi­ente, con­tro la san­ità pub­bli­ca con un atteggia­men­to non solo miope e inadem­pi­ente, ma anche e fon­da­men­tal­mente arro­gante e di sfi­da  che, all’in­ver­so di Prom­e­teo, ha fini­to per rubare il fuo­co non agli dei ma a noi stes­si pre­cip­i­tan­do­ci nel fred­do e nel buio.

Cre­do che sia impor­tante ritrovare come Antigone il cor­ag­gio di uscire dalle mura e di sep­pel­lire i morti.

La man­can­za di riti col­let­tivi, oltre che indi­vid­u­ali, non per­me­tte di rielab­o­rare il lut­to di ciò che accade e ciò non solo riguar­do a i mor­ti, ma anche riguar­do all’assen­za che ques­ta irruzione del reale pro­duce col suo ecces­so di presenza.

Come ricor­da­va Mas­si­mo Recal­cati (Piaz­za puli­ta 2 aprile), il lut­to, nel­la sua accezione più ampia e forte­mente dram­mat­i­ca è un lut­to per la perdi­ta di un mondo.

Di fronte a questo ined­i­to, l’ag­grap­par­si alla ripe­tizione, a ciò che res­ta del pri­ma come relit­to-fet­ic­cio è una soluzione des­ti­na­ta al fallimento.

Non è pens­abile un futuro che non pas­si dal­la “por­ta stret­ta” del­la rielab­o­razione col­let­ti­va del lut­to e che non acce­da ad una posizione depres­si­va che apra ad una diver­sa respon­s­abil­ità ad un diver­so modo di abitare la terra.

Raf­faele Dionigi

 


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Un commento su “L’INQUIETANTE ESTRANEITA’ RIFLESSIONI SU CIO’ CHE STIAMO VIVENDO

  • Carla Cicognani

    “L’ag­grap­par­si “è la con­dizione che ver­i­fichi­amo più spes­so nel nos­tro lavoro di psi­coter­apeu­ti , anche quan­do la per­sona accusa malessere per la situ­azione che vive. “Si sto male “, ma è un male conosci­u­to .….e avven­tu­rar­si nel­la” perdi­ta” esige cor­ag­gio e speranza .
    Come ter­apeu­ti sare­mo in gra­do di accom­pa­gnare, noi stes­si per pri­mi , e i nos­tri pazi­en­ti lun­go un per­cor­so di cui nul­la conosciamo?
    Sapre­mo las­cia­r­ci trasportare dal­la curiosità e dal­la fidu­cia negli stru­men­ti che abbi­amo impara­to a conoscere e che ci dicono ogni vol­ta che abbi­amo anco­ra tan­to da impara­re dal­l’Al­tro ..dal mondo…da ciò che verrà…che il proces­so di conoscen­za non si esaurisce?
    Pen­so che le situ­azioni che si pre­sen­tano, come le cose che accadono in sedu­ta, porti­no un qual­cosa di già scrit­to ma anche un ined­i­to che dob­bi­amo cogliere con attenzione.
    Oggi si può par­lare di ciò che era scritto.…domani dovre­mo leg­gere l’ined­i­to per con­tin­uare a tessere un per­cor­so con i pazi­en­ti, con quel­li che abbi­amo con­tin­u­a­to a seguire con i vari mezzi…con quel­li che si sono mes­si in pausa…con quel­li che sono spariti.
    I vari mantra di questi giorni del” restate a casa” e del ” tut­to andrà bene“dovranno arti­co­lar­si e pren­dere strade per­son­ali che escano dai con­torni ormai così vuoti ‚for­mali e stuc­chevoli che, a par­er mio, dicono solo la pau­ra e l’ angos­cia di intrapren­dere nuove strade…forse un poco rivoluzionarie…che par­lano del­la vera riv­o­luzione del sé .